Confindustria bacchetta un po’ tutti, ma è in difficoltà

Il totem della concertazione con i sindacati e la presidenza della Repubblica, al momento, sembrano rimaste le uniche “istituzioni” italiane a salvarsi dalle invettive polemiche degli industriali. E questo nonostante la stessa Confindustria, tra nuove defezioni degli associati e critiche esterne, non navighi in acque tranquillissime. Ieri il patronato degli imprenditori, nell’audizione parlamentare sul Documento di economia e finanza (Def) del governo Monti, è tornato a usare toni critici, citando l’elevata pressione fiscale raggiunta, sottolineando poi la “portata ridotta” del Def, auspicando dunque l’attuazione di nuove “politiche economiche”.
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Il totem della concertazione con i sindacati e la presidenza della Repubblica, al momento, sembrano rimaste le uniche “istituzioni” italiane a salvarsi dalle invettive polemiche degli industriali. E questo nonostante la stessa Confindustria, tra nuove defezioni degli associati e critiche esterne, non navighi in acque tranquillissime. Ieri il patronato degli imprenditori, nell’audizione parlamentare sul Documento di economia e finanza (Def) del governo Monti, è tornato a usare toni critici, citando l’elevata pressione fiscale raggiunta, sottolineando poi la “portata ridotta” del Def, auspicando dunque l’attuazione di nuove “politiche economiche”. Il presidente degli industriali, Giorgio Squinzi, ha invece integrato la sua intervista di due giorni fa al Financial Times: quando definiva il nostro paese “impossibile da governare”, ha spiegato, non ce l’aveva soltanto con la politica ma anche con “la burocrazia”. (Anche se Alberto Statera, su Affari&Finanza di Repubblica, ha fatto notare l’incongruenza tra la Confederazione che “fa la morale alla politica” per i suoi costi eccessivi e “il numero dei componenti della Giunta confindustriale che continua ad aumentare”). Lo stesso Squinzi ha detto invece di giudicare “con molto favore” la permanenza al Quirinale di Giorgio Napolitano. Parole di miele, sempre da Squinzi, sono venute per la “concertazione” tra le parti sociali invocata anche dalla Cisl: “In un momento difficile come questo è indispensabile il dialogo”, ha detto, sottolineando l’importanza che imprenditori e sindacati “condividano gli obiettivi da raggiungere”.
Eppure “condividere gli obiettivi da raggiungere” dev’essere difficile persino all’interno di Viale dell’Astronomia. Soltanto così si spiega – per esempio – la fuoriuscita da Confindustria, decisa un po’ in sordina a fine marzo, da parte di Finco (la Federazione delle associazioni di categoria che rappresenta il mondo di prodotti, impianti e servizi specializzati per le costruzioni). Finco, nata dal 1994 e oggi presieduta da Cirino Mendola, aderiva da quasi un ventennio al sindacato degli industriali, rappresentando più di trenta associazioni di categoria, per un totale di circa 3.900 imprese, oltre 120 mila addetti e un fatturato di circa 20 miliardi di euro. Perché uscire ora? L’accusa mossa a Squinzi e soci è quella di eccessivo “centralismo burocratico”. I responsabili di Finco non vogliono approfondire per evitare polemiche. Tuttavia è noto l’ultimatum arrivato dai probiviri di Confindustria e che Finco ha respinto: cambiate nome, mutate sfera di rappresentanza per non pestare i piedi ad altre federazioni e quindi accettate di tenere fuori alcune associazioni. Una violazione della “libertà associativa” frutto appunto della deriva burocratica di Viale dell’Astronomia, lasciano intendere alcuni associati di Finco.

Cambiamenti in vista ad Assolombarda
D’altronde un tecnico ministeriale fa notare al Foglio come non sia scontata una perdita di potere contrattuale per i rappresentanti del settore delle costruzioni: su temi come la riqualificazione del costruito e l’efficienza energetica che stanno a cuore a Finco, per esempio, Confindustria era costretta spesso a mediare tra interessi troppo diversi e confliggenti. Negli ultimi tempi, inoltre, sono state almeno altre due le fonti di frizione. Primo: i ritardi dei pagamenti della Pubblica amministrazione verso le imprese sono noti, anche grazie a una campagna mediatica di Confindustria; meno noti e discussi sono i ritardi con cui le grandi imprese pagano le piccole (rappresentate da Finco). Secondo punto conteso: i rapporti un po’ “incestuosi” tra imprese e sindacato edile nella gestione delle varie “casse edili” del paese. A giudicare dall’ultimo bollettino di Finco, il congedo da Confindustria non ha spaventato gli associati: alla Federazione si è infatti unita anche Aniem, Associazione nazionale delle Pmi edili manifatturiere, assieme ad altre cinque realtà associative. Dopo l’abbandono di Confindustria deciso dalla Fiat di Marchionne a fine 2011, l’associazione continua dunque a vivere fasi movimentate. Di recente ci sono stati attriti con Federalimentare che mal sopportava certe aperture all’aumento dell’Iva contenute nel manifesto degli imprenditori per il governo. Poi le dichiarazioni di Guido Barilla: “Il tempo è scaduto anche per Confindustria”. Mentre pure gli equilibri nell’importante Assolombarda, con l’annunciata vittoria di Gianfelice Rocca, starebbero cambiando, e non a favore di Squinzi.